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Terra, amore e un pugno di nocciole

Terra, amore e un pugno di nocciole

Fu in quell’istante, in quel preciso istante che Sabrina decise cosa avrebbe fatto da grande.
Quando la nonna le spiegò che quella strana palla di ferro, su cui pareva ci fosse lo scarabocchio di un bambino dispettoso, era del tempo degli Etruschi, lei non capì subito.

Com’era carina Sabrina all’epoca. Andava su e giù per i vicoli di Blema con il suo taglio di capelli a caschetto senza stancarsi mai. Sembrava indossasse un elmetto troppo grande per i suoi quattro anni. Sempre per mano alla nonna.
Quanta nostalgia le viene ancor oggi al ricordo di quelle mani, consumate dal tempo e dalla terra del noccioleto.
“Che cosa sono gli E…e…tru…sci… nonna?” - chiese, senza mai distogliere lo sguardo dalla palla di ferro incastrata sulla parete del vecchio campanile.

L’anziana nonna, schiena curva ma braccia e gambe forti, impostò la voce come quando le si sedeva accanto per raccontarle una favola antica, nelle sere in cui l’eccitazione dei giochi all’aperto le ostacolava il sonno.
“Il nostro è un paese piccolo di bravi contadini ma… ha una storia molto antica. Qui vivevano gli Etruschi, un popolo importante di tanto tempo fa. Lo sai che, a volte, raccogliendo le nocciole nei campi, ritrovo tanti pezzetti di cose che appartenevano proprio a loro. Capisci? Vasi, piatti, magari anche giocattoli di bambini che vivevano tanto, tanto tempo fa!”
Ascoltando la voce della nonna, la piccola trattenne il fiato per l’emozione.
All’epoca, si divertiva tanto quando, tutta la famiglia al completo, si recava nei campi per la raccolta. Rideva nel vedere i grandi bardati come spaventapasseri: cuscini alle ginocchia, berretti o fazzoletti in testa e gli immancabili guanti tagliati sulle dita. Sembravano pecorelle impazzite, chinati come se ne stavano, per ore, a raccogliere nocciole. Lei correva in giro cercando di dare una mano.

Ora però, aveva un’altra idea fissa nella sua testolina di bimba: voleva ritrovare i resti degli Etruschi! Così nacque la sua passione. Scavando con le manine nude ai piedi di un nocciolo.
“Già che ci sei… vedi un po’ se ritrovi anche la spilla d’argento che mi regalò il nonno! Ci tenevo tanto. Sono passati tanti anni, ma qua deve stare” - disse la nonna.

Il caschetto divenne una lunga treccia nera. Il viso si colorò di trucco. Leggero, perché papà storceva il naso.
Sabrina era diventata una bella ragazza. Studiava tanto e continuava a cercare i resti degli Etruschi quando arrivava il periodo della raccolta. Purtroppo la nonna era volata in cielo. Forse da lì riusciva a vedere che fine avesse fatto la sua spilla ma, finalmente insieme al nonno, non doveva averne fatto un dramma.
Quel giorno il suo papà entrò in casa raggiante. Aveva un importante annuncio da fare. Sabrina si sedette accanto a lui e alla mamma.

Approfittando dell’assenza degli altri figli, le disse : “Sabrina, ormai sei una signorinella e presto non sarò più l’unico uomo a badare a te” - la ragazza arrossì e colpì dolcemente il braccio del padre - “… per questo motivo ho approfittato di un’occasione ed ho concluso un vero affare! Ho acquistato il noccioleto accanto al nostro! Così non dovrai più preoccuparti di nulla. Ora hai un lavoro anche tu!” - disse, saltellando sulla sedia cigolante - “Oh… mi raccomando: è una terra bellissima, grande e ricca. Non la sciupare! Devi curarla con attenzione. Da questo momento, tutto quello che produrrai sarà solo tuo” - e osservò la ragazza, in attesa di un abbraccio.
Sabrina rimase come paralizzata.

In un secondo le passò davanti agli occhi un film che mai avrebbe voluto interpretare: ore chinata sulla schiena osservando le mani sgretolarsi anno dopo anno; strigliare i lavoratori stagionali, sapendo che si davano da fare per una miseria; lusingare i grandi compratori pronti a trasformare le nocciole con cui giocava ancora oggi, facendole ticchettare fra le dita, in crema da spalmare.
Più di ogni altra cosa, però, vedeva i suoi sogni allontanarsi piano come un treno in partenza alla stazione.
La ragazza si armò di coraggio, fece un bel respiro ed aprì il suo cuore –“Papà, io ti ringrazio. So che ami profondamente questa terra, il nostro paese, le nostre tradizioni. Io sono esattamente come te. In ogni angolo di questo borgo io… mi sento a casa. Ne conosco a memoria le storie, le leggende, le tradizioni. So che in questi campi sono nascosti altri tesori, oltre alle nostre splendide nocciole, e voglio che il mondo intero possa apprezzarle. Ti prego papà, ci sono tanti modi di amare. Permettimi di farlo a modo mio. Permettimi di realizzare ciò in cui credo. Non lavorerò la terra. Continuerò a studiare”.

Persino il moscone che aveva ronzato per tutta la mattina in giro per casa parve fermarsi per non disturbare.
“Bene” - disse solo il papà. Uscì da casa. Deluso.
Questa mattina, mi trovavo ad osservare lo splendido panorama che, dalla cima della rocca di Blema, riempie di luce gli occhi e d’immensità lo spirito. Ma il vero spettacolo accadeva pochi passi più in là. Sabrina stava salutando l’ennesimo pullman di turisti (questi dovevano essere svedesi… mi pare) giunti a visitare il borgo. La piccola folla sembrava non voler andar via. Lei sorrideva divertita mentre loro sgomitavano per ringraziarla. Nel condurre gli ospiti in giro per strade, stradine e vicoletti, mostrava tutta la sua passione. I turisti se ne accorgevano subito perché, quello che di solito le altre guide trasformavano in un noioso elenco di nomi e date, lei lo rendeva una girandola di emozioni.

Il papà l’attendeva in macchina con i nipotini, felici e ansiosi di stringere la mamma. Sabrina è entrata in auto, ha regalato un bacio ad ognuno, senza accorgersi di essere seguita.
Uno dei visitatori, un uomo non più giovanissimo, cappello di paglia, sandali e calzini bianchi, si è avvicinato al finestrino dal lato del guidatore - “Lei è il padre?” - ha chiesto in un italiano stentato - “Deve essere molto contento di questa ragazza. Mai ho visto nessuna così felice per suo lavoro e per sua… casa! Molto brava e paese… meraviglioso!” - e con un cenno della mano si è congedato.

Il papà ha chiuso gli occhi ridacchiando, mentre Sabrina lo ha osservato divertita. I bambini sul sedile posteriore, intanto, combattevano con due dinosauri.
“Avevi ragione tu tesoro” - le ha detto lui ad un tratto - “Ci sono tanti modi di amare”.
Sabrina trattiene le lacrime ma non un singhiozzo.
“Ah! Quasi dimenticavo!” - ha continuato lui - “Credo che questa sia tua. È ancora sporca di terra, ma forse è meglio così” - e ha aperto la sua grande mano forte quanto ruvida mostrando la vecchia spilla che nascondeva nel palmo. Sabrina incredula l’ha avvicinata al viso. Profumava di nocciole.
 
Riccardo Calvanese.